È una storia di ordinaria follia. Una danza di morti. Di fantasmi della mente dentro un acquario di pesci senza luce. È un resoconto esistenziale di sopraffazioni, di vite smarrite e mai pacificate, di parole non dette, di sguardi non dati, di amore non espresso. Stranieri, di Antonio Tarantino, è un viaggio allucinatorio nella mente di un anziano prossimo alla morte, colto in un vaniloquio i cui pensieri, causati da uno stato psichico febbrile, generano una sordida litania di ossessioni, di meschinità, di rancori. Originario di un sud geografico, e dell'anima, l'uomo vive solo, asserragliato nel suo appartamento "nell'alta Italia", un luogo dove ha tutto ciò che gli serve, persino un'enciclopedia scientifica in trenta volumi dove sta tutta la sua conoscenza, un armadio pieno di giacche firmate Ermenegildo Zegna, e, unico interlocutore, un pesciolino rosso dentro un piccolo vaso di vetro. Possente l'interpretazione di Francesco Biscione, aggrappato alla vita, che alterna, nel linguaggio sincopato e logorroico di Tarantino, un'inflessione nordica a una dialettale, da "terrone", cui fa riscontro la presenza lucida e sfumata di Paola Sambo e dello stesso Merolli, di un'intensità smarrita. Nel gioco del dentro e fuori scandito dalle luci di Marco Macrini, con loro due in attesa nel buio del pianerottolo immaginario, il dialogo discreto e risoluto, sussurrato o rancoroso che li vede ricordare ed evocare il passato, gli snodi enigmatici e gli stati d'animo della loro infelice esistenza, semina via via tracce di inquietudine, di struggimento, di fascinazione ai costrutti rarefatti e letterali del loro eloquio.
Giuseppe Di Stefano - Sipario.it

La drammaturgia di Tarantino è semplice nella sua intenzione originaria, diretta nell’affrontare il tema dell’inganno familiare, dei legami deteriorati, ai quali però si resta attaccati, ma talvolta un po’ troppo ridondante (volutamente?), soprattutto quando sembra voglia colpirci con iperboliche speculazioni filosofiche. Ci sorprende, invece, alla fine, quando un acquazzone improvviso abbatte i confini di quel carcere duro e lascia che tutto diventi più fluido, meno rigido, liberatorio. La moglie e il figlio ora sono presenze, l’ingresso nel mondo del protagonista è fuorviante, il confronto è necessario e la danza della morte cambia i loro volti e le loro espressioni. Esseri strani nel buio della notte s’incamminano lentamente sulla strada del perdono, con il proprio numero stabilito che apre le porte di quell’altra vita.
Serena Antinucci - Cheteatrochefa - La Repubblica

La sensazione di pienezza con cui lasciamo il teatro riguarda di certo il piacere di veder portato su una scena di oggi un testo così complesso, che è in grado di sprigionare forza poetica proprio rinunciando a quella sintesi del discorso propria del chiacchiericcio contemporaneo; ma molto deve a un lavoro d’insieme tenace e appassionato. Appoggiato da un’efficace produzione e guidato da un pensiero registico ingegnoso, Stranieri unisce due generazioni di attori dentro a una macchina sonora e visiva di grande maturità, che brilla come un piccolo gioiello.
Sergio Lo Gatto - Teatroecritica.net

La contingenza degli interrogativi posti allo spettatore non passa mai per punti interrogativi diretti: si è immersi nel buio della notte, nella beckettiana attesa di un Godot che qui arriva e assume le sembianze fatali del desiderato. Piove per tutto il tempo, come se dal cielo si volesse pulire l’aria dalle grida dei non ascoltati, come se si chiedesse che per strada non resti più nessuno, che tutti entrino di corsa in casa, una casa qualunque, che ciascuno si aggiudichi un tetto, anche non dorato. Con la speranza del ricongiungimento si chiude il cerchio di questa drammaturgia cinica e spietata. Dopo il tempo incessante del monologare rancori, del chiosare amarezze, apostrofando errori e giustizie, attendendosi e bestemmiandosi l’un l’altro, arriva il tempo del raccordo in cui una famiglia di non sopravvissuti a loro stessi, si riunisce come d’innanzi al banchetto delle feste.
Flaminio Boni - Flaminioboni.it

In questa intelligente lettura registica di Merolli, sostenuta da una semplicità scenografica quasi naïf e da un accorto gioco di luci firmato da Marco Macrini, il barricato in casa (Biscione) delira furioso come fosse una bestia in gabbia. Ondeggiando tra ricordi e invettive, risulta quasi sopra le righe, fin troppo stizzito della sua stessa prigionia (una prigionia tutta mentale) ma proprio per questo ci muove a pietà. Se la prende con il figlio che ha studiato filosofia laureandosi con una tesi su Heidegger – «roba tedesca la cultura» –, con la nuora che non sa cucinare, con i coinquilini che non pagano il condominio, con gli immigrati che vengono a rompere le scatole nel nostro Paese. Ondeggiando tra ricordi e invettive ondeggia pure linguisticamente: nel suo dire spezzettato e breve, l’accento marcatamente nordico cede spesso il passo a un partenopeo più tragico, più melò, quasi a voler trascinare sul registro della parola (il teatro) la sua molteplice paura di esistere e consistere, come cittadino e come Uomo.
Laura Novelli - Paneacquaeculture.net