PAOLO BORSELLINO ESSENDO STATO - Rassegna Stampa

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Ruggero Cappuccio rende questo clima pre apocalittico con uno spettacolo che si potrebbe meglio definire come una confessione, calata in un clima e in una scena immobili. Sono pochi i picchi, la sua voce pacata e sommessa raramente si accende di fervore. Allo spettatore viene richiesta un’attenzione costante nel flusso di un pensiero che tende a trivellare più che a elevarsi, e che viaggia contemporaneamente sul binario della rievocazione puramente storica e su quello più introspettivo di una riflessione esistenziale. L’atmosfera si mantiene per tutto il tempo nella penombra, anche le luci di Nadia Baldi subiscono poche variazioni e quando lo fanno non sono mai piene, ma tagliano di blu o di rosso il nero del palcoscenico. D’altronde di lì a poco anche il filo che teneva appeso Borsellino alla vita sarebbe stato tagliato, e il suo corpo dilaniato di sangue in via D’Amelio. Fin dall’inizio dello spettacolo, scritto dallo stesso Cappuccio, la ghigliottina sulla testa di Borsellino è visibile, udibile per lo più nell’insieme di rumori e di voci di quei fantasmi che prima di lui hanno giurato sulla loro testa di dire la verità nient’altro che la verità, e che nonostante questo la testa l’hanno persa. Come la si perde per amore, l’amore per la legalità di Giuseppe Impastato, Boris Giuliano, Mauro de Mauro, Piersanti Mattarella, Mario Francese… L’amore e odio per questa Sicilia che non si sa, dice Cappuccio/Borsellino, se sia maschio o femmina, nata per fecondare o per essere ingravidata, se siano i siciliani a doverle fare il funerale o lei che conduce i siciliani alla morte. Sicilia contraddizione, gioia e dolore, luci e ombre. Eppure sono più le ombre in questo impianto scenico di Mimmo Paladino, in questo spettacolo reading confessione che rimane dall’inizio alla fine uguale a se stesso, in questa voce di morte latente che non trova spiragli di luce. È vero, luci di speranza non ce n’erano nel 1988, né a Capaci nel ’92, nemmeno la luce divina a proteggere Pino Puglisi a Brancaccio nel ’93, e anche oggi nessun faro puntato su Matteo Messina Denaro. È vero, di luce ne abbiamo poca. Ma l’alternativa non è solo ricordare quelli a cui la luce è stata spenta, e lasciare gli spettatori in quest’ombra di ricordo e ridurli a semplici uditori di una voce che parla dall’oltretomba. Se il teatro è il luogo dell’invenzione e specchio irreale della realtà, se a teatro i morti possono essere resuscitati allora lasciamo che i morti parlino con i vivi, da vivi.
Alessandra Pace – MilanoTeatri 

La cosa particolare di quest'opera è – che per accordo con lo stesso autore – alcuni magistrati l'hanno portata in scena adattandola secondo la propria sensibilità. […] Cappuccio non mette solo in scena il filo della vita e della morte di Borsellino ma anche alcune pagine di storia di questo Paese, spesso dimenticate. Solo lo scorso ottobre, infatti, ha ricevuto dal Csm l'autorizzazione a raccontare e rendere pubbliche le audizioni rese il 31 luglio 1988 davanti allo stesso Csm da parte di Paolo Borsellino e del suo amico di vita e di morte Giovanni Falcone. Solo questo spicchio di storia – che ora arricchisce lo spettacolo - vale più di ogni altra cosa, anche alla luce del fatto che i sonori di quelle audizioni non si trovano più. La memoria, dunque, si conserva a teatro.
Roberto Galullo - Il Sole 24 Ore

In scena il corpo morente di Ruggero Cappuccio alias Paolo Borsellino colpisce per la sua straordinaria moderazione e pacatezza nel tono e nel temperamento, tipici del personaggio. Uno sguardo sicuro e fermo, ma anche amareggiato e inquieto, che “sente di parlare agli altri come un morto vivente”. La scenografia è semplice, inizialmente non facilmente interpretabile; necessita di uno sguardo attento: un semplice telone bianco, utilizzato anche come superficie atta a ricevere le proiezioni delle immagini di una Sicilia commovente e spesso in accordo con il tema trattato dalla drammaturgia testuale, curate da Lia Pasquino. Sul telone sono disegnati brandelli di corpo umano, difficilmente intuibili; i più semplici da individuare sono delle mani e dei profili. Molto probabilmente brandelli dei corpi privi di vita di Borsellino e della sua squadra: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Per conferire movimento ad un’azione che altrimenti risulterebbe statica vengono adoperati quattro leggii: quello centrale rimanda costantemente al momento del discorso al CSM. La fruizione dello spettacolo è alleggerita anche da momenti particolari in cui Borsellino torna indietro ai suoi ricordi d’infanzia e all’amicizia che lo legava a Giovanni Falcone. L’ unica sbavatura che si può ravvisare nella rappresentazione riguarda l’utilizzo delle luci, che non sempre riescono a seguire l’attore lasciandolo spesso al buio sul palcoscenico. Il testo scritto nel 2004 è stato portato in scena anche dai magistrati delle Procure di Salerno, di Milano e di Trieste, che hanno voluto dar voce personalmente a questa denuncia civile. La nuova versione, che include dichiarazioni davanti al CSM, ci restituisce ancor di più, con la drammatica evidenza delle sue parole, Paolo Borsellino come un eroe moderno lontano dalla retorica. Uno spettacolo che va oltre la semplice e banale memoria, assumendo piuttosto le sembianze di un’indagine storica e morale su un personaggio senz’altro eccellente del nostro secolo.
Olimpia Sales - Saltinaria.it