OGNI BELLISSIMA COSA - Rassegna Stampa

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“Every brilliant thing” è un testo del drammaturgo britannico Duncan Macmillan, scritto con Jonny Donahoe, già rappresentato con grande successo in Europa e in America. Arriva in Italia grazie alla curata traduzione - e regia - di Monica Nappo, che ha cercato di riprodurre la stessa leggerezza, lo stesso garbo e la stessa sensibilità del testo inglese. Un testo che colpisce per la sua immediatezza, per la capacità sorprendente di arrivare a tutti e regalare, se pur nella drammaticità del tema, una ventata di speranza e anche - può sembrare paradossale, ma è così - di divertimento. Carlo De Ruggieri fa gli onori di casa, accoglie lo spettatore invitandolo a scegliere un cartiglio da una boccia di vetro. E poi comincia, con semplicità disarmante, a raccontare la sua storia come si farebbe in un salotto tra amici. Racconta del suo primo dolore, della prima volta che si è confrontato con la morte. E il suo vecchio cagnolino sbuca improvvisamente dalla giacca di una signora del pubblico. Anche l’illusione del teatro andrebbe inserita tra le cose belle per cui vale la pena continuare a vivere. La lista compilata dal bambino conta, inizialmente, 314 diversi oggetti e stati d'animo, sono fogli disseminati in giro per casa nella speranza che la madre legga e trovi in uno di quei motivi la valida ragione per continuare a vivere. Sono numeri ripetuti in modo cantilenante, ognuno dei quali corrisponde alla voce diversa di tutte le persone del pubblico. Voci acute, basse, timide, squillanti, timorose, esitanti, parole mangiucchiate per l’emozione, parole sbagliate perché pronunciate da spettatori stranieri. Uno spettacolo che è un messaggio di speranza, semplice, diretto, istruttivo, confezionato in modo delicato, un messaggio importante trasmesso con le risate, con i sorrisi, con tocchi di commozione e le improvvisazioni degli spettatori, ogni sera diversi. La depressione si può curare anche con l’intervento di Ugo, cane calzino. La depressione può essere scacciata e schiacciata, anche dal lungo applauso finale - più di 3 minuti - con cui il pubblico ringrazia il lavoro di attore e regista. Chissà se troveranno un ulteriore numero da aggiungere alla lista?
Stefania De Fonzo – Mediaesipario.it 

Chi ama le parole, i cruciverba, la semiologia, pure il gioco della Scarabeo, non perda Every brilliant thing, un lavoro del drammaturgo inglese Duncan Macmillan, scritto con Jonny Donahoe, rappresentato in tre consecutivi Festival di Edimburgo, poi in vari paesi europei e pure negli States. Adesso arriva in Italia, grazie alla traduzione e alla regia di Monica Nappo, col titolo di Ogni bellissima cosa, interpretato da uno straordinario Carlo De Ruggieri che molti ricorderanno nel ruolo dello stagista Lorenzo della serie cult Boris. Trattasi d'un monologo interattivo col pubblico, "un mix tra teatro tradizionale e stand-up comedy" – ha scritto il The Guardian –. Un gioco condotto qui da De Ruggieri che ad inizio spettacolo fa prendere da un recipiente ad ogni spettatore un rotolino di carta che nasconde dentro un numero, un nome o una frase, diventando nello spettacolo colui o colei che attivamente risponde ad alta voce tutte le volte che De Ruggieri chiamerà quel numero. Sembra quasi un sociodramma in stile Moreno o una seduta collettiva presso uno psichiatra per fare allontanare dalla mente l'idea suicida della depressione. Ed è su questo argomento che è incentrato lo spettacolo: non farti sentire solo incollato al tuo posto, guardare chi sta accanto, dietro o avanti e intervenire quando sei chiamato a rispondere su temi gioiosi che inneggiano potentemente alla vita. De Ruggeri non è solo il trainer del gioco ma anche il personaggio al centro del racconto che ha per protagonisti lui stesso, quale figlio d'una famiglia, con un padre (ruolo toccato a chi scrive), una madre ammalata di depressione (non è capitato a nessuno vestire il personaggio) e altre figure come l'insegnante, la fidanzata che sposerà e da cui poi si separerà. È una storia semplice che può essere capitata ad ognuno di noi quando da piccoli non capiamo cosa sia la morte o che la mamma soffre di depressione, non avendo neppure papà una risposta esauriente. E allora ecco quel ragazzino cominciare a scrivere "parole sane", direbbe Wittgenstein, parole di cose bellissime con cui conviviamo tutti i giorni, che trascrivi poi su un poster e che poi rileggendole dopo tanto tempo ti danno un motivo per svegliarti bene al mattino. Gli autori raccontando la propria vita raccontano, forse la nostra e De Ruggeri giocando in questo modo ci coinvolge e ci fa ri-vivere teatralmente quello che sarebbe potuto capitare. Ad esempio scambiare il libro I dolori del giovane Werther di Goethe con uno che non t'invoglia a gettarti da un balcone, oppure giocare con un calzino e farlo diventare un cagnolino con cui dialogare. Bisognerebbe riscoprire il mondo dei bambini, disegnare con loro capolavori che sarebbero piaciuti a Picasso, a Miro o a Klee, non facendoli infognare da grandicelli nei giochi della play station o smarriti a smanettare fra i video degli smartphone. Il Teatro ha bisogno di poco, non di effetti speciali ma di carta penna e forbice per ritagliare delle striscioline, scriverci sopra dei pensieri ironici di ogni bellissima cosa e infine arrotolarli per incontrarsi vis-à-vis non più in maniera virtuale.
Gigi Giacobbe - Sipario.it