MOSTRA PLINIO MESCIULAM

Orari:
mar-giov-ven-sab | dalle 19 fino a fine spettacoli
mercoledì - domenica | dalle 16 fino a fine spettacoli


Il primo errore che si potrebbe compiere nel giudicare complessivamente la vicenda artistica di Plinio Mesciulam, avendo la presunzione critica di volerci cavare qualcosa di realmente attendibile al di fuori delle inclinazioni soggettive, é quello di trattarla alla stregua di come si farebbe con la maggior parte degli altri artisti. Errore capitale: sfido chiunque a valutare l’avventura espressiva di Mesciulam come se fosse una storia sola, di quelle che magari risultano anche molto variate al loro interno, ma per le quali in fondo non sarebbe difficile rinvenire un unico filo conduttore. A farlo con Mesciulam si rischierebbe di condizionare troppo il discorso verso orientamenti probabilmente impropri, potendolo anche distorcere in modo irreparabile. Più prudente e, credo, lungimirante considerare la sua una storia creativa fatta di più storie, così come forse non sarebbe nemmeno azzardato ritenere la sua stessa esistenza il prodotto conseguente di diverse esistenze. Si scambia spesso l’univocità, l’ostinazione per cui si è soliti riportare il molteplice entro una direzione unitaria, come uno spontaneo bisogno mentale, quando invece, a vederlo con sufficiente distacco, assomiglierebbe più una a perversione. C’è un’ipotesi della fisica teorica, gradita, fra gli altri, anche a Stephen Hawking, secondo la quale l’errore di base rispetto al nostro modo di intendere l’universo è pensare che debba per forza sottostare a un sacro, ineludibile principio di unità. E se invece fosse un insieme di “multiversi”, come sono stati definiti, che si muovono parallelamente entro un campo comune, ma ognuno individuando una dimensione diversificata in maniera tale da non essere assimilabile ad alcuna altra? Ecco, l’invito che faccio a chiunque voglia avvicinarsi all'arte di Mesciulam in un modo che intenda essere realmente fruttuoso è di sforzarsi di inquadrarla, piuttosto che come uno scontato universo centrico, come una successione di multiversi che si sono mossi parallelamente all'interno di uno stesso brodo, ma secondo percorsi non coincidenti, come in un albero i cui rami non rimandino a un tronco comune. Non altrimenti mi riuscirebbe di districarmi fra esperienze artistiche i cui esordi hanno in pratica coinciso cronologicamente con quelli della nostra Repubblica, con Mesciulam che sceglie senza esitazioni l’astrattismo quale campo entro il quale fornire il proprio contributo alla battaglia di rinnovamento ed evoluzione civile che l’arte italiana conosce in quel momento, sostenendo i diritti inviolabili della ricerca espressiva con impeto certamente giovanile, ma per nulla immaturo nel conseguire esiti di formalismo grafico che dall'iniziale processo di geometrizzazione della natura pervengono a un Informale tachiste fra i più rarefatti e originali dell’epoca, prima di mutare nuovamente durante la militanza sulla scia del Movimento Arte Concreta per imbastire dialoghi fra convenzioni segniche o elaborare articolate strutture visuali che contorni accidentati rendono talvolta simili a crepe. Ce ne sarebbe stato a sufficienza per potere vivere di rendita chissà per quanti anni a seguire. E invece Mesciulam cambia registro, non temendo affatto di esaurire vite creative che pure non avevano dato poco per permettere ad altre di sbocciare. Bandita in precedenza, la figura umana riappare piuttosto inattesa, anche se in versioni non mimetiche, concettualizzate secondo accezioni di generalità piuttosto che di particolarità, sintomatica di un nuovo atteggiamento mentale che non crede più alle contrapposizioni fra fronti artistici, fra passato e presente, fra materialismo e spiritualità, propugnando la compenetrazione fra astratto e figurazione proprio come capita in certe opere in cui maschile e femminile aspirano all'intreccio fino al punto di svaporare nell'indefinito. Ciò che Mesciulam mantiene inalterata, perché non solo di cambiamenti, ovviamente, è fatta la sua arte, è la fiducia nella planarità come dimensione spaziale dell’immaginazione, rinunciando a qualunque idea di profondità ottica come se possa distogliere dal procedimento creativo per cui il pensiero diventa immagine. Planarità che ribadisce pienamente il suo primato nella fase in cui Mesciulam, già in principio degli anni Sessanta, decide di confrontarsi con i modi della comunicazione di massa, instaurando nel contempo un rapporto sempre più stimolante con l’immagine fotografica. Se è nuova vita, non dura molto anche questa. Dopo gli “Emblegrammi” in contrazione ed espansione, con i quali Mesciulam ritorna alle simbologie regolari e ai contesti angolari degli anni Cinquanta, arriva il momento del ritorno all’Avanguardia intellettualmente più ambiziosa e provocatoria, dell’arte, in questo caso, fuori dall'arte, con performance teatrali che toccano probabilmente il loro culmine nelle Epifanie Ostensibili, portate nel 1977 alla Settimana Internazionale di Bologna dalla “sacerdotessa” Francesca Alinovi, ancora ignara del fatto che un’altra performance, crudelissima e delittuosa, avrebbe posto fine anzitempo alla sua vita. E’ un fiume in piena, il Mesciulam di quel periodo, una trovata tira l’altra. Sempre più preso dalle suggestioni del linguaggio verbale combinato a quello visuale, inventa una “Net Art”, come é stata definita, dove la rete viene costituita dai destinatari di una serie sterminata di messaggi postali piuttosto criptici e in stile vagamente New Dada. Un approdo finalmente stabile? Niente affatto, l’esperienza del “Centro di Comunicazione Ristretta Mohammed” non si è ancora conclusa che Mesciulam ritorna alla pittura, perfino alla figura umana, che viene fatta fluttuare liberamente entro ambienti dal nuovo aspetto biomorfico (“Iperdecorativismo”), uscendo dai dipinti per conquistare finalmente uno spazio vitale entro la triplice dimensione (“eteroplanarità”). Ma non è ancora finita, ancora nuovi lavori a succedersi negli anni seguenti, con frequenza impressionante fra spiazzanti montaggi di grafica e fotografia, finestre molli, nuove spiritualità ostensorie, ombre di familiari proiettate su architetture, modelle, segni emblematici ripresi e rielaborati, fino agli ultimi, commoventi richiami alla sua Genova ferita ma mai doma, costante nell’arte e nella vita di Mesciulam come poche altre. Troppo per essere ripercorso anche succintamente in uno scritto di questa ampiezza, saranno altri a farlo. Ci accontenteremmo di cogliere, nel magma multiversale di questa produzione sterminata, il sapore del brodo già introdotto a inizio testo, se mai sia possibile farlo. E’ come se per Mesciulam tutto acquisisca il suo senso più compiuto nel momento in cui finisce, potendo aggiungerne di altri solo nel momento in cui viene ripreso a distanza di tempo per essere rivissuto, ma anche stravolto nella nuova esistenza. Ecco perché nulla può essere per sempre, ecco perché è necessario uccidere, di continuo. Solo dalle ceneri si può rinascere.
Vittorio Sgarbi


Ingresso libero