La Storia

IL COSTRUTTORE SOLNESS - Rassegna Stampa

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In un progressivo assedio, perfettamente restituito da una ambientazione essenziale, claustrofobica, che gioca sull’illuminazione e su una macchina scenica mobile e mutevole, che pare stringere sempre più il nodo al collo del protagonista, si compie ciò che deve accadere. Una parabola sull’ambizione, sulla distanza, sulla condizione umana, sulla colpa, ed un’allegoria perfetta per questi tempi progressivi e democratici nei quali le città sono state prese d’assalto dai costruttori, diventando Babilonie in cui diventa sempre più complicato capire la lingua di ciascuno. L’atto unico di un’ora e quaranta minuti indaga la vertigine del desiderio, del tempo, la costruzione e il suo lato oscuro e gemello, la distruzione. Note a margine di un improrogabile disastro, didascalie di una storia che ha origine da una ferita, appunti su un’apocalisse muta ed universale perché intima e privata, resa con magistrale sobrietà da Orsini, che recita in sottrazione, senza enfasi alcuna, accompagnato da un eccellente cast: Lucia Lavia (la giovane Hilde), Renata Palminiello (la moglie Aline), Pietro Micci (il dottor Herald), Chiara Degani (Kaja), Salvo Drago (Ragnar) e Flavio Bonacci (Knut Brovik). La regia di Serra conferma in pieno la penombra densa e la vertigine di buio che ci aveva stregato in “Macbettu”.
Nazim Comunale - Kpl Teatro

Nella regia di Alessandro Serra, grigia e plumbea come la vita del protagonista, Umberto Orsini, ben coadiuvato dal resto del cast, si dimostra ancora una volta un attore ammirevole per le scelte non facili che ama. Niente salotti candidi, niente natura, ma una specie di enorme carcere dalle altissime pareti grigie, mosse a vista dagli attori per creare spazi oppressivi, che talvolta si aprono all’improvviso su di un paesaggio di oscura fuliggine. È il mondo, creato dal regista Alessandro Serra, in cui si muove Solness, il grande costruttore di case e – si direbbe – di mondi. L’uomo potente – così ci sembra all’inizio – che detiene il potere che non vuole cedere a nessuno, anzi che schiaccia gli altri che hanno la sfortuna di collaborare con lui, ai quali nega qualsiasi possibilità di emergere. Un mondo dove i personaggi sono grigi come l’atmosfera che respirano, in quella grande casa che intuiamo per i pochi mobili che la citano e per l’ossessivo ticchettio della macchina da scrivere. Dove i personaggi, come la moglie di Solness, donna inquieta, appare e scompare all’improvviso rasentando i muri, grigia anch’essa come loro, un fantasma più che un essere vivente. Ma è così – ci si dice – perché dopo l’incendio che ha distrutto la casa di suo padre dove viveva con il marito e i loro due gemelli appena nati, fa morire i piccoli perché – sostiene Solness – ha voluto allattarli avvelenandoli. E sono morti proprio nella casa nuova in cui la coppia vive ancora: una casa di morti dove regna l’infelicità e forse l’odio. […] Umberto Orsini, che è Solness, è un uomo in grigio, grigio anche dentro, le luci lo illuminano di sghembo, è un essere che dovrebbe essere vincitore ma che è già vinto, malgrado la sua apparente onnipotenza. La sua sconfitta non viene dal mondo di fuori, ma è già tutta dentro di lui, è il suo destino. È quella famosa “colpa” che i personaggi di Ibsen prima o poi devono pagare nei confronti della società. Ammiro questo attore che potrebbe vivere di rendita e che invece ama le scelte non facili come quella, peraltro interessante, di un regista che si muove in un’altra realtà teatrale, senza temere di mettersi in pericolo, dandoci, come in questo caso, il meglio di quel grande attore che è. Nella valida compagnia guidata da Orsini Lucia Lavia, nel ruolo di Hilde, la donna che sarà fatale a Solness, non è solo brava ma è anche maturata come attrice e Renata Palminiello crea come meglio non si potrebbe l’inquietudine oscura della moglie Aline. Ma sono da ricordare Chiara Degani, Pietro Micol, Salvo Drago e un ritrovato Flavio Bonacci perfetti nei loro ruoli.
Maria Grazia Gregori - Del Teatro.it

Umberto Orsini declina la propria levatura attoriale nel rispetto assoluto dell’impostazione registica, dando vita a un Solness in equilibrio tra contrattura e solenne gravità. La sua interpretazione costituisce davvero una prova di maestria nel tratteggio delle sfumature, dei frammenti di variazione emozionale, all’interno di un costante tono medio, denso di rigore.
Ilaria Rossini - Teatroecritica.net