La Storia

I RAGAZZI CHE SI AMANO - Rassegna Stampa

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Lo spettacolo è un commosso ricordo di Prévert a quarant'anni dalla scomparsa, attraverso un testo pensato dallo stesso Lavia, che un po' è recital e un po' teatro canzone, un po' spettacolo di strada, un po' lezione accademica, un po' personale confessione sul tempo che scorre inesorabile. Uno spettacolo affascinante, che traccia il senso della memoria del tempo, e sottilmente inquieta con il suo suggerire come la vita ci sfugga di mano attimo dopo attimo. […] Costruendo una macchina teatrale che dell'esistenzialismo ha il fascino ma non la durezza, Lavia dialoga con il pubblico, lo prende per mano e lo accompagna in un viaggio straordinario, fatto di tenerezza, poesia, suoni, colori, oscurità, amarezza, filosofia; si potrebbe dire che, da autentico istrione del palcoscenico, si prende il lusso, citando Prévert, di discettare sull'esistenza, di suggerire un qualcosa che possa contribuire a farla scorrere serenamente. E lo fa con le poesie del grande poeta scomparso, cui affianca riferimenti culturali di scuola francese. […] Riscuotendo meritati applausi del numeroso pubblico, Lavia si fa mattatore fra parole e note che fluttuano sul palcoscenico come le figure umane in un quadro di Chagall. Con sobrietà, sottovoce come era nello stile di Prévert, Lavia lo omaggia e insieme ci ricorda quanto sia eroico amarsi contro le porte della notte, recuperando la pienezza del senso dell'esistenza, che nella nostra epoca assuefatta alla tecnologia sembra purtroppo andar smarrito giorno dopo giorno.
Niccolò Lucarelli - Sipario.it

Una lezione di vita che un Lavia con alle spalle una brillante, matura e lunga carriera vuole dare ai suoi spettatori, tornando alle cose semplici ma non senza citazioni e riferimenti saggi alla storia dell’arte, della musica e della cultura in generale. Se molti lo seguono alla lettera, altri lo osservano in modo discontinuo, come discontinuo è lo stile dello spettacolo che vuole emulare il temperamento giovanile, così lunatico e contraddittorio. Da narcisista, si riflette negli occhi adoranti degli astanti, con cui dialoga ma da cui poi si distacca chiudendosi in monologhi, canti, performances musicali; d’altra parte la sua abilità attoriale è indiscussa e il suo carisma colpisce ancora una volta i fedeli ammiratori. Al ritmo della bellissima musica di Giordano Corapi, una colonna sonora capace di raccontare da sola, la morale è quella di Prévert: l’amore è la salvezza del mondo, l’amore, anche se complesso e sofferente, è cercato con insistenza e necessità, è il senso della vita. L’amore ci rende tutti uguali, vulnerabili, forti, umani.
Benedetta Colasanti - Corrierespettacolo.it

ll regista e interprete trova ironia e leggerezza in questo spettacolo, uno sguardo divertito e maturo, lontano dal Lavia impegnato e non per questo meno incisivo. E’ il trionfo dell’emozione con la sua freschezza e tormento, il suo poco ritegno che è il bacio della giovinezza e anche della giovinezza della modernità, dove i sogni erano possibili, più di oggi. Tra una battuta, un ammiccamento, versi recitati e reinterpretati, Lavia non rinuncia alla profondità del suo sguardo, al décortiquer la lingua di Prévert e dell’amore, facendosi dotto senza mai perdere l’ironia e la nonchalance del palcoscenico.  […] Forse proiettato già al domani, Prévert - che ha goduto di grande popolarità e poi è stato messo da parte come un vecchio attrezzo - ha raccontato la vita con parole semplici, di tutti i giorni, un linguaggio che a volte appare perfino banale. Eppure ha espresso concetti profondi, solo che oggi ci appaiono datati, ingenui, ci fanno sorridere se si pensa ai versi che raccontano i cinema pieni la domenica pomeriggio. Ma Lavia ci riporta a quella giovinezza storica, quando andare al cinema era un evento, quando l’amore era censurato e baciarsi in pubblico un oltraggio e allora il cinema diventava un rifugio discreto di amori acerbi e infiammati di desiderio e di sogno. Sono l’amore giovanile e il rapporto degli innamorati con la realtà ad essere al centro di questo spettacolo: la nostalgia che si ha quando si cresce e collettivamente - sembra dire Lavia - quando la società è invecchiata: la gioventù è il tempo dei tormenti perché i giovani non sanno di essere felici. L’amore che è tutto quello che resta della vita, perché “l’amore è culo e cuore”. Il titolo è tratto dai celebri versi “I ragazzi che si amano si baciano in piedi contro le porte della notte e i passanti che passano li segnano a dito”. Solo che “i ragazzi che si amano non ci sono per nessuno…sono altrove…più lontano della notte, più in alto del giorno”. Romanticherie interpretate come tali solo come risultato di troppa pubblicità e merchandise sull’amore, quando nessuno ricorda più San Valentino per un martirio d’amore, sacro, avendolo barattato con una festa di regali, fiori e cioccolatini, tutto un cuore e un lustrino. Il testo di Lavia è intenso, prezioso nella sua ironia, ed enfatizza, quasi da vecchio saggio che si sente eternamente giovane, la differenza tra gli amori giovanili e quelli maturi, dal primo amore che è per sempre, agli amori che si sommano quando l’ultimo è sempre il primo. I giovani innamorati sono estraniati dal mondo e dimentichi di tutto. Non tengono conto del parere della gente per strada, della chiusura morale della gente verso la loro dolcezza, con quel senso di spudoratezza che è anche coraggio, sfida, l’idea che il sogno possa avverarsi e quindi il coraggio dell’ingenuità. L’amore degli anni verdi è quello che rende invisibili e infatti i ragazzi che si baciano in realtà sono altrove, solo le loro ombre sono proiettate nella notte ed è l’invisibile la parte più importante nel gioco di luci e ombre che sono metafore del vivere, del calore che infiamma e acceca in Prévert, o che ferisce nella solitudine del pittore Hopper di cui Lavia ricorda le opere. L’amore è il vero protagonista in scena perché è il sentimento per eccellenza ed è vita, sentimento salvifico, anche quando provoca un dolore lacerante come racconta Prévert con una malinconia acuta e una consueta dolcezza, senza la rabbia della contemporaneità: perché la sabbia cancella l’amore tra gli amanti senza fare rumore e tre fiammiferi illuminano i volti ma in realtà incendiano l’animo quando un amore nasce. Il testo si snoda tra il film di Marcel Carnet “Les enfants du paradis” scritto dal poeta e le cave fumose dove cantava Juliette Gréco. Lo spettacolo termina proprio con Lavia che, accompagnato da una chitarra, canta le parole di Prévert, “Les feuilles mortes”, celeberrima canzone simbolo di una generazione (cantata anche da Yves Montand tra gli altri). Lavia gioca con l’ironia, il pubblico, gli aneddoti e un’atmosfera che ci riporta a quegli anni quando si beveva Pernod e Pastis e si fumava - tutti fumavano - Gauloises papier maïs, che oggi sono vietate per cui in scena la sigaretta che appare è stata ingiallita per l’occasione; però, aggiunge, è permesso costruire i kalasnikov. Il regista racconta anche il teatro nel teatro che è poesia, non magia, ma è proprio vita, non finzione e si auto-dirige scherzosamente, come un maestro che ormai può permettersi di scherzare. Eppure non rinuncia alla sua parte dotta, a spiegare le parole, la lingua, la filologia che viene da lontano e lo fa con garbo, senza la monumentalità di passate regie.
Ilaria Guidantoni - Saltinaria

Lavia sul palcoscenico non si limita a recitare i versi, bensì li interpreta, attingendo alle possibilità che la corporeità offre, impreziosita da un carico bagaglio emotivo ed intellettuale che una vita pienamente vissuta reca sovente appresso. Rimpianti, ossessioni, rimembranze, amori perduti o distrutti; nulla di tutto ciò manca in questo spettacolo, ora lieve ora intenso, capace di toccare le corde più intime.
Virginia Beneati - Teatro.it

Con il titolo I ragazzi che si amano, una delle liriche di Prevert, Gabriele Lavia ha aggiunto una perla alla sua collezione di rarità. È una rielaborazione di Prevert intessuta di rispetto e malinconia sulle note di Kosma che Lavia esuma col sereno rimpianto di un ricordo perduto, giungendo con la sua superba voce alla decantazione di un universo poetico che col suo timbro acceso di romantico languore ci illumina come se fosse una musica. Così riviviamo le visioni tra profetiche e allucinanti dei capolavori cinematografici del passato, primo fra tutti quegli Enfants du Paradis che Prévert scrisse per Marcel Carné, il grande regista col quale formò una copia d'arte destinata a durare nel tempo, che cantava il rimpianto per una Parigi che non esiste più. Coi suoi funamboli, attori e cantanti che richiamano in vita i fantasmi di un'età perduta, Lavia che conosce tutto questo lo rianima miracolosamente in un sospiro d'amore. Ci mostra tra un saliscendi vocale e l'altro la pagina finale di un dissidio tra amanti ritmato da un cucchiaio che fende con ritmo alterno una tazza di tè, o si inerpica nei meandri di quello che fino a ieri era un ritornello di Juliette Gréco per restituirci l'incanto del primo amore. E raggiunge l'acme del mondo perduto della nostalgia inseguendo con la sua inarrivabile voce un ritmo che rappresenta una pagina miliare della nostra nostalgia amorosa, che ha il titolo delle Foglie morte. Applausi scroscianti.
Enrico Groppali - Il Giornale

Il teatro ha bisogno di parole e finché ci sono parolieri come Lavia, il teatro non può finire!
Raffaella Roversi - Saltinaria