La Storia

ACCABADORA - Rassegna Stampa

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La storia si costruisce per ritagli di racconti che si susseguono fra di loro riproducendo lo stesso patchwork con cui la memoria immagazzina informazioni nell’arco di una vita. Sul filo del tempo la voce di Maria ricompone i vuoti, mette insieme i pezzi, trova spiegazioni fino ad arrivare alla risposta finale, che a sua volta riapre il baratro e la costringe a riconsiderare il suo ruolo.Attraverso le videoproiezioni di Lorenzo Letizia la sua figura si sdoppia mostrando una Maria più adulta e consapevole, che guarda alla bambina che è stata porgendole la mano per indicarle la direzione. Sotto le luci di Gianni Staropoli e Raffaella Vitiello che alternano luce e ombra dell’andirivieni tra memoria e oblio, e immersa nei suoni con cui John Cascone crea un’eco di rumori pazienti come la goccia che cade nel silenzio e rimbomba per tutta la stanza, in quest’atmosfera che accresce la voglia di riemergere dopo lunga apnea, Maria si mette di fronte a se stessa. Bonaria Urrai, sua madre, sta per lasciare questa terra, proprio adesso che lei l’ha conosciuta davvero, proprio adesso che i sentimenti la assalgono dibattendola tra l’amore e il perdono, la condanna e il rancore cruento che solo una figlia può serbare alla madre. Proprio adesso, Maria indossa la gonna e lo scialle nero di Bonaria, la divisa di chi soffocava l’ultimo rantolo di nostalgia che tiene l’uomo attaccato alla vita, e compie quel rito mai visto eppure così ben conosciuto. Maria accompagna sua madre all’eterno oblio, le induce il sonno della morte in un gesto che niente ha di violento ma tutto di pietà e salvezza, di estremo amore per la libertà. Maria è Bonaria Urrai, accabadora, madre, figlia, sorella, donna e bambina innamorata fino all’ultimo istante di chi le ha dato la vita, e poi un’altra, e un’altra ancora.
Alessandra Pace - Milano Teatri

Si spengono le luci. Una figura femminile, seduta al buio su una panca di metallo, prende forma illuminata in una messa a fuoco graduale. Lo spazio scenico è disadorno; un trespolo con sopra una brocca d’acqua e un bicchiere, una sedia. La scena si svolge su un rialzo più piccolo del palco, sollevato a mo’ di palafitta su tantissimi cilindri di vetro o plexiglass. Pian piano, Maria, che non è una ragazzina scura dal pronunciato accento sardo, ma ha il corpo longilineo e nordico di una bravissima Anna Della Rosa, su un fondale luminoso – limbo filmico di cui non si ha la percezione di profondità, quasi uno spazio mentale –, parlerà, in un monologo vibrante, a Tzia Bonaria Urrai, la cui presenza, agonizzante in scena, possiamo solo immaginare, e darà voce ai personaggi della storia raccontata dal suo punto di vista. La scrittura teatrale di Corradi, fedele al testo originale, più del libro si sofferma sul legame tra madre e figlia; attraverso il dialogo-monologante tra le due, passa a ritroso da un capitolo all’altro, sviscerando gli incontri e gli aneddoti e ricomponendo le trame del romanzo. La lingua utilizzata non è il sardo tranne nei momenti in cui, creando un distacco narrativo, si fanno parlare gli altri personaggi; il tono di Anna Della Rosa alleggerito in un suono quasi fanciullesco è l’unico elemento che mi riconcilia con la Maria bambina del racconto. L’interiorità e le emozioni della protagonista e il suo rapporto con la madre sono affidate, sì alla palpitante narrazione dell’attrice ma anche, soprattutto, alla suggestione che creano gli espedienti scenici. Di forte impatto emotivo è il fondale illuminato a creare un controluce in cui si stagliano nettissimi i contorni neri della silhouette o gli ologrammi che sembrano oltrepassare, vivi e vegeti, la linea del fondale. Toccanti i suoni sinistri di lamenti e respiri affannosi. Lo sciabordìo dell’acqua con cui Maria in scena si disseta, che pare sgorgare direttamente dal pavimento, mi rimanda alle parole di Urrai nel libro: Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata. Magnifico l’effetto ottico dei cilindri di vetro che, quando illuminati dai led, ricreano l’atmosfera di statue votive in processione, nel buio di un venerdì santo del sud. 
La trama del libro e quella della scrittura teatrale si ricongiungono in un finale che vi lascio solo immaginare. Un bel lavoro: dalla regia, alla drammaturgia, alle luci, alla scenografia, alla prova attoriale; a tratti, la nenia cantilenante della narrazione e l’atmosfera algida in cui tutto è immerso, mi fanno perdere il filo della trama, in qualche momento di stanchezza; forse nel privilegiare l’aspetto intimista del racconto è mancato un ritorno in termini di passione, di colori, di potenza di immagini di un mondo esotico.
Maria Francesca Germano - PaneAcquaculture

La trasposizione drammaturgica, firmata da Carlotta Corradi, si mantiene fedele al romanzo madre, partendo dal capitolo sedicesimo, ma va a pescare aneddoti e ricordi da quelli precedenti, alcuni piacevoli altri meno. La messa in scena segue pedissequamente la trama ma forse non avrebbe disdegnato qualche contaminazione. Nel libro che recita Anna Della Rosa, in scena come Maria Listru, i capitoli non possono essere vissuti una seconda volta e vengono quindi presentati come memorie, sottoforma di monologo rivolto a Tzia Bonaria Urrai, ormai in fin di vita. Dell'attrice emerge in modo particolare una grande confidenza con lo spazio e con il testo che la emoziona in maniera sincera. La straordinaria destrezza di Murgia le consente di globalizzare una figura, quella della femina accabadora, prima isolata nell'immaginario entroterra sardo, in modo naturale. Neanche durante il monologo si fa un uso spropositato di parole come 'eutanasia' o 'adozione', forse Soreni è rimasta illesa dal funesto attacco etichettatore degli esseri umani, quanto piuttosto di desiderio, volontà. Vedere la morte quasi come possibilità è quantomeno inusuale e forse è a questo punto che lo spettatore vorrebbe scappare e rifugiarsi nell'odore degli amaretti, nella storia dei gueffus, perdersi nelle vendemmie dei Bastìu o nella pelle chiara della signora Gentili. E accondiscendere a questa fregola pone lo spettatore, e Maria, di fronte ad una guerra interiore dalla quale, però, Tzia Bonaria vuole che si torni. La regia di Veronica Cruciani capovolge tale visione e identifica il pubblico, muto, nell'Accabadora. L'aspetto più interessante del coordinamento di Corradi è senza dubbio il gioco di ombre, il graduale annerimento di Maria che la rende visivamente più libera e leggiadra, più bianca. Prima la gonna, poi la camicia, infine lo scialle: è una trasformazione che appare quasi bramosa per far tacere i lamenti di Tzia Bonaria. La mente di Maria viene proiettata su uno schermo: ricordi freschi e puliti, ma bidimensionali. Come Tzia Bonaria negli ultimi due capitoli. La democraticità del romanzo viene mantenuta nello spettacolo, coprendo il lutto di Maria e rendendola, forse, Accabadora e fonde insieme le due protagoniste con il pubblico preceduto soltanto da una quarta parete ormai sgretolata.
Giovanni Moreddu - Sipario.it