Il video del mio intervento su La7 del 5 febbraio. Desidero condividere con voi la solidarietà ed il sostegno che ho ricevuto pubblicamente dagli altri ospiti della trasmissione.

Sono tante le testimonianze di solidarietà che continuiamo a ricevere, voglio sperare con tutto il cuore di poter dare presto una buona notizia a tutti coloro che tengono alle sorti del Teatro Eliseo.

Luca Barbareschi


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Credo che a questo punto della “vicenda Eliseo” sia necessario distaccarsi dalla polemica politica e lasciar parlare i numeri. Non penso sia necessario scomodare un economista o un businessman per capire che il modo più redditizio per investire i propri soldi al giorno d’oggi non sia finanziare un teatro al centro di Roma. Eppure, senza voler apparire eroico, quando ho deciso in modo sconsiderato e appassionato di investire tutto ciò che avevo nel Teatro Eliseo, quello che volevo era salvare da fine certa un monumento nazionale, riportarlo al passato splendore con una rinnovata identità e offrirlo ai romani, deciso a contribuire, con qualcosa di concreto invece che con le solite lamentele, a non far sprofondare ancora di più la decadente capitale d’Italia. Al momento dell’investimento, il business plan non prometteva grandi guadagni (ereditavo un teatro morto anche nell’immaginario dei romani), ma consentiva di rientrare, seppur lentissimamente, delle spese sostenute e di iniziare a realizzare il sogno più grande di una media company integrata che potesse declinare i contenuti su 3 piattaforme contemporaneamente: tv, cinema, teatro. Ma certamente il business plan era basato sul contributo che storicamente quel teatro aveva sempre ricevuto. Non su meno di un terzo di quello. L’“Affair Eliseo”, per citare l’ultima produzione di successo di Eliseo Cinema, ha inizio nel 2014. Fino all’anno precedente, il contributo pubblico, storicamente assegnato al teatro Eliseo dal FUS - Fondo Unico dello Spettacolo, si aggirava intorno a 1.300.000 Euro più i contributi assegnati dagli Enti Locali (Comune, Regione, Camera di Commercio, etc) per cui in totale venivano erogati circa 2 milioni di Euro all’anno. Nel 2015 contestualmente al cambio di gestione, il contributo diventa di 481.151 Euro. Meno di un terzo di quello che era sempre stato stanziato per lo stesso Teatro. La discrepanza tra i due importi appare più rilevante se si considera che, quando ho preso in gestione il Teatro Eliseo, che neppure quel contributo 3 volte più alto era riuscito a salvare, lo avevo trovato privo del certificato di agibilità per il pubblico spettacolo, in una parola CHIUSO. Soltanto nel 2015, a seguito dei massicci lavori di ristrutturazione per i quali ho investito personalmente circa 6 milioni di Euro, venivano finalmente ripristinati tutti i requisiti necessari ad ottenere l’agibilità permanente, caso unico nella città di Roma e rarissimo in tutta Italia. Quello che 5 anni fa ho preso in gestione, ad un costo spropositato, era l’involucro di un vecchio e maestoso teatro morente. Dovrei dire morto, dal momento che, dopo anni di proroghe e richiami, privato dell’agibilità di pubblico spettacolo dalla Prefettura di Roma con verbale ufficiale datato 4 aprile 2014, l’Eliseo era CHIUSO. E la chiusura non era soltanto una formalità burocratica, dal momento che entrando abbiamo trovato uno stabile fatiscente con topi grandi come Yorkshire che abitavano il foyer tra le perdite d’acqua, le prese elettriche scoppiate, i cavi elettrici contrassegnati con etichette del 1976 che attraversavano l’edificio fuori e dentro le mura crepate e gli estintori vuoti. Al subentro nella gestione, mi sono trovato quindi davanti a una situazione molto più spaventosa di qualsiasi immaginario orrifico: i lavori da affrontare sono stati mastodontici. Alla riapertura, pochi mesi dopo, alcuni spettatori mi hanno chiesto se avevamo cambiato il colore della moquette. Ma i lavori mastodontici erano avvenuti sotto la moquette. Sono stati quelli di svuotare e sostituire 5.000 metri quadrati, costituiti perlopiù da cunicoli e gallerie, da materiali vecchi e usurati e ancora di più sostituire tutti gli impianti tecnologici e i cavi. Chilometri di cavi che insieme alle colonne di marmo nero che caratterizzano la sala dalla sua apertura ufficiale ormai 100 anni fa, attraversano l’immobile dal tetto al sottopalco garantendo luce, aria, suoni. Per non parlare del palcoscenico e di tutto quello che è necessario a trasformare un buco nero in un luogo dove inscenare i sogni: graticcia, tiri, corde. La voce più significativa del budget speso per me è rimasta la discarica. 350.000 € di discarica per i materiali smaltiti. Era un teatro marcio. Lo abbiamo svuotato e ricostruito. 5 mesi di lavori. Maggio 2014, settembre 2014. 5 milioni e mezzo di euro. Mille euro al metro quadro per una ristrutturazione con tutti i labirintici vincoli del caso, dall’antincendio all’asl. 5 milioni e mezzo di euro di soldi privati, garantiti dalla mia casa, e dal mio lavoro. Ma la più grande sorpresa Eliseo è arrivata dopo. A ristrutturazione quasi finita, e dopo tutte le rassicurazioni politiche sulla volontà di mantenere in vita il teatro storico della prosa italiana, il contributo assegnato all’Eliseo è stato meno di un terzo degli anni precedenti. Meno di un terzo del contributo che solo un anno prima veniva assegnato a quello stesso Teatro e che pure non era riuscito a salvarlo. La giustificazione ufficiale data dal Ministero per i Beni Culturali in relazione alla drastica diminuzione del contributo assegnato, è stata che il tempo dedicato alla imprescindibile ristrutturazione dell’immobile ha fatto in modo che l’attività del Teatro Eliseo potesse iniziare solo a settembre 2015, svolgendo di fatto solo 4 mesi di attività all’interno dell’anno stesso anno solare. Quello di cui non si è tenuto in alcun conto invece, è che quei mesi di chiusura sono stati dettati da una circostanza straordinaria, oltre che essenziale e imprescindibile, alla riapertura del Teatro. In ogni caso, indipendentemente dalle motivazioni che hanno portato a ridurre drasticamente il contributo del 2015, a partire dall’anno successivo si sarebbe dovuta recuperare la normale congruità del contributo invece – in maniera del tutto inaspettata – è stato inserito un tetto massimo del 5% alla crescita del contributo. In questo modo il necessario recupero del finanziamento non ha avuto luogo neppure negli anni successivi e i finanziamenti sono rimasti pressoché invariati e assolutamente sproporzionati rispetto alla mole dell’attività produttiva, ai contributi ricevuti dagli altri Teatri della stessa categoria (TRIC – Teatri di Rilevante Interesse Culturale) e allo storico dei contributi ricevuti gli anni precedenti dallo stesso Teatro Eliseo, creando una condizione di profonda disparità. Ma i lavori erano fatti, le spese sostenute, il teatro faticosamente riaperto è rimesso in piedi, nonostante la diffidenza del pubblico scottato dal fallimento della precedente gestione che aveva chiuso i battenti dopo aver incassato i soldi degli abbonati. Per tre anni ho disperatamente continuato, come ho potuto, a foraggiare il teatro tra difficoltà economiche enormi con l’altra attività, quella di produzione cinematografica e televisiva e con tutti i risparmi di una vita. Per tre anni mi sono battuto andando a bussare a tutti i palazzi per mostrare i numeri effettivi del teatro italiano e ottenere un finanziamento extra che potesse ripianare la situazione di totale iniquità subita. Leggendo i numeri del teatro italiano, l’incredibile e sconvolgente contributo extra di 8 milioni di finanziamento all’Eliseo, arrivato alla fine del 2018, ha piuttosto il sapore di un risarcimento tardivo per un contributo pubblico irrisorio rispetto alla media degli altri Teatri, che non quello del favoritismo. Nel complesso meccanismo, più volte riformato, che regola i finanziamenti al pubblico spettacolo i teatri italiani sono suddivisi in 3 macro categorie: ci sono i Teatri nazionali, 6 in tutta Italia, i TRIC, teatri di Rilevante Interesse Culturale, attualmente 24, e i Centri di produzione. L’Eliseo è qualificato come TRIC, e come tale è sottoposto a una serie di vincoli organizzativi e produttivi. Numero di produzioni, dipendenti e tecnici, giornate lavorative e alzate di sipario che sono tenuti a rispettare in modo rigorosissimo. Senza considerare che la maggior parte di questi sono pubblici e non sono pertanto gravati anche delle spese di manutenzione strutturali degli immobili. L’Eliseo è il TRIC con il contributo più basso in Italia. Il Teatro non è una pellicola che si accende con un interruttore e, anche inscenando un monologo per un solo attore che sale sul palco, ci sono minimo 6 persone dietro che muovono fili, luci, meccanismi più Vigili del Fuoco, più personale di sala. Nessuno può pensare che il costo dei biglietti, neppure con il tutto esaurito, possa ripagare il costo di spettacoli con 10/15/20 personaggi e che non per questo possono essere eliminati dal repertorio di Teatri che per vocazione e denominazione dovrebbero offrire un servizio pubblico. Se potessi mantenere in vita il Teatro Eliseo con questi numeri sarei un caso unico e dovrei forse chiedere i finanziamenti al CERN come primo esperimento di teatro quantistico, in grado di finanziarsi con la forza del pensiero. Numeri alla mano, molti parlamentari di tutti i partiti politici, sensibilizzati alla situazione anomala e critica dell’Eliseo (più che da due influencer non hanno nulla da invidiare alla Ferragni), hanno ritenuto di doverlo difendere dall’iniquità di un contributo così basso per uno dei principali teatri italiani, tale da poter essere considerato un vero e proprio atto di boicottaggio perché guardando i numeri, nessuno IN BUONA FEDE può credere davvero che non una, bensì due sale, a Roma, possano neppure accendere le luci con 481.000 Euro l’anno. Per capire questo basta vedere che molti teatri che percepiscono un contributo ben più alto e peraltro operano in realtà locali molto più circoscritte, lamentano le difficoltà della gestione e nella maggior parte dei casi, essendo di proprietà pubblica non sono neppure gravati dalle spese continue di adeguamento e manutenzione dell’immobile. I dati sono pubblici. Basta cercarli. I numeri parlano più di mille parole e questi numeri non parlano certo di una preferenza accordata alla mia gestione del Teatro Eliseo ma semmai di un vero e proprio boicottaggio al salvataggio del Teatro Italiano più significativo di tutto il ‘900. Non ripristinare i fondi da sempre assegnati al Teatro Eliseo equivale a chiuderlo. E chiuderlo non vuol dire fare un danno a Barbareschi per cui, vale la pena ripeterlo, qualsiasi altra attività commerciale svolta tra quelle stesse mura sarebbe più redditizia del teatro. Ma chiudere l’Eliseo vuol dire creare un’altra ferita irreparabile nella vita culturale dell’intero Paese e ancora di più di Roma, già privata anche del Teatro Valle, contribuendo e a fare la capitale più povera di offerta culturale in Europa. Certamente in questi anni di polemiche si sono fatti avanti molti nemici, ma sono stati altrettanto numerosi gli amici e tutti coloro che hanno creduto nella forza di questo progetto culturale. Oltre ai numerosi politici, che si sono battuti e si stanno ancora battendo per il rifinanziamento e per la sopravvivenza dell’ELISEO, vanno ricordati in primo luogo tutti i lavoratori dipendenti, i tecnici, le compagnie teatrali che hanno collaborato e collaborano con l’Eliseo, gli abbonati che crescono proporzionalmente ogni anno e tutti i frequentatori abituali di questo teatro che negli ultimi quattro anni è riuscito a ritornare un luogo vivo e un punto di riferimento all’interno della vita culturale del paese. Tutte persone che con il loro contributo e la loro partecipazione hanno continuato e continuano a difendere un patrimonio culturale come quello dell’Eliseo credendo e augurandosi che questo teatro resti il Teatro di riferimento chè è tornato ad essere in questi 5 anni di gestione virtuosa nonostante le difficoltà, e non sia invece costretto a snaturarsi per trasformarsi in qualcos’altro o, peggio ancora, in un altro teatro definitivamente chiuso.